domenica 5 luglio 2015

CATEGORIA PICCOLI AMICI



Questa denominazione racchiude in sé una filosofia che vuole porre particolare attenzione ad un tipo di attività sempre più a misura di bambino, piena di grandi esperienze sotto il profilo motorio, emozionale e sociale per un fanciullo che si avvicina al calcio a che, attraverso il calcio, vuole conoscere, imparare, giocare.

IL PROFILO PSICOMOTORIO DEL BAMBINO DI 6-8 ANNI E LE SUE RELAZIONI
Ben il 49% dei bambini dai 6 ai 10 anni e il 10,3% di quelli della classe da 3 a 5 anni giocano a calcio con continuità (Istat 2002). Questi dati stanno ad indicare che all’inizio della scuola elementare i bambini scelgono in larga parte di praticare questo sport. E’ quindi una grande responsabilità quella degli operatori sportivi che lavorano nel calcio, poiché circa la metà dei bambini italiani s’iscrivono a una delle loro scuole.

COME RAGIONANO I BAMBINI DI 6-8 ANNI
Il calcio richiede ai bambini un particolare impegno cognitivo e necessita della capacità di comprendere il punto di vista dell’altro. Il processo di anticipazione motoria si basa sull’abilità di saper prevedere ciò che il nostro avversario sta per fare ma, i bambini di questa età, hanno difficoltà ad assumere questo punto di vista. D’altra parte però, l’uso di questa abilità è necessario in uno sport di squadra che coinvolge molti giocatori che devono agire insieme, servendosi di una strategia comune di risposta alle azioni degli avversari.
Le difficoltà dei bambini sino agli 8 anni sono evidenti a qualsiasi osservatore a bordo campo, quando li si vede inseguire tutti la palla, scordandosi invece i ruoli che gli erano stati attribuiti in precedenza. Le ricerche hanno confermato che l’abilità di comprendere la prospettiva altrui si afferma in maniera completa tra gli 8 e i 10 anni. In relazione a questa competenza, una possibile ragione di abbandono dall’attività calcistica si presenta nei casi in cui gli allenatori e i genitori si aspettano dai bambini più di quanto gli è consentito dal loro sviluppo cognitivo. In questo tipo di situazioni i bambini possono sperimentare una notevole frustrazione e sentirsi non apprezzati e capiti dagli adulti, che richiedono loro di svolgere dei compiti superiori alle loro capacità attuali. In alternativa, genitori e allenatori non dovrebbero preoccuparsi se i bambini si comportano come le api che corrono tutte dietro il miele ma dovrebbero stimolare l’entusiasmo dei bambini e il piacere che traggono dal movimento.
Un altro aspetto cognitivo importante riguarda la comprensione, da parte dei bambini, delle cause dei risultati delle azioni. In altre parole a cosa attribuiscono, ad esempio, il prevalere di una squadra sull’altra oppure a cosa attribuiscono la maggiore competenza di un compagno rispetto agli altri? Da adulti siamo consapevoli che successi/insuccessi possono derivare da più aspetti diversi (ad esempio, l’impegno, la fortuna, l’abilità personale, la difficoltà dei compiti da svolgere o la competenza degli altri) ma per i bambini questo pensiero rappresenta un punto di arrivo che in prima e seconda elementare non possiedono. La ricerca ha evidenziato che sino a 10-12 anni i giovani non sanno distinguere con esattezza fra questi diversi fattori quelli che in una singola prestazione hanno determinato il successo della loro squadra o la qualità della loro prestazione.
Infatti, inizialmente i bambini sono attratti essenzialmente dall’eccitazione che trasmette la pratica sportiva e solo in seguito sviluppano una concezione più complessa del gioco. A questo riguardo basta pensare che già a partire dall’età di 5 anni i bambini iniziano a confrontare le loro abilità con quelle dei compagni ma che sin quasi all’adolescenza è molto scarsa la correlazione fra la percezione dei bambini delle loro competenze e la valutazione delle loro reali capacità eseguita dagli allenatori.

IL RUOLO DEGLI ADULTI
Gli adulti svolgono pertanto un ruolo fondamentale nel mantenere costante l’interesse dei bambini verso il gioco del calcio. Come in ogni altra situazione nuova, la fase d’inizio dell’attività è importante perché rivela come sarà l’organizzazione futura. Quindi, l’attività deve essere tale da coinvolgere in maniera intensa i bambini, così da soddisfare il loro desiderio di movimento, di divertimento, di varietà e di stare insieme ad altri coetanei. Non bisogna annoiarli con spiegazioni troppo lunghe su quello che è consentito fare e su ciò che va evitato. Devono essere fornite poche regole semplici, specifiche ed espresse in maniera diretta e che vanno fatte rispettare con fermezza e in maniera pacata.
In questa fascia di età i bambini tendono a considerare l’abilità sportiva come risultato dell’impegno e spesso i bambini non s’impegnano perché sanno di non saper fare. Per tutti gli adulti che sono a contatto con questi giovanissimi calciatori è importante che, per prima cosa, rinforzino il loro impegno. Questo anche perché la maggior parte dei bambini è entusiasta di giocare con altri compagni e ha piacere di correre dietro la palla, questa passione per il gioco va sostenuta e va apprezzata. In questo clima positivo anche i bambini più insicuri e meno aperti tendono ad acquisire fiducia nell’istruttore, vogliono imitare gli altri compagni più estroversi che si divertono sicuramente di più e sanno che non verranno rimproverati per un errore tecnico. Quindi possono provarci anche loro, alcuni lo faranno più timidamente prendendo delle iniziative in maniera graduale mentre altri, invece, potranno dare l’impressione di essere esplosi e di non saper regolare questa loro energia fisica, che un po’ per volta impareranno a controllare. In questo contesto l’allenatore dovrà premiare i miglioramenti, fare le opportune correzioni tecniche e rinforzare l’impegno, mentre le altre figure adulte dall’accompagnatore ai genitori dovranno essenzialmente sostenere con il loro appoggio emotivo l’impegno dei bambini. Non dovranno invece entrare nel merito dei fatti tecnici, ma trasmettere ai loro figli che sono contenti perché si divertono, perché giocano su un prato all’aria aperta, perché conoscono nuovi amici. Viceversa dovranno preoccuparsi se i loro figli non si divertono o se non hanno voglia di tornare la prossima volta. Soprattutto da bordo campo non dovranno soffermarsi ad osservare se il loro figlio sbaglia o fa giusto, ma se interagisce con gli amici, se ascolta l’istruttore quando parla, se mostra energia e corre, se si isola o sta in mezzo agli altri e così via.
E’ abituale che nelle società sportive i genitori partecipino alla vita di questa organizzazione, spesso alcuni ricoprono il ruolo di accompagnatori. Questo ruolo dovrebbe permettere una migliore conoscenza degli stessi bambini e tra il gruppo dei genitori e l’istruttore. Quindi l’accompagnatore, stando più a contatto con i bambini rispetto agli altri genitori, dovrebbe essere un persona in grado di percepire gli umori del gruppo e dei singoli, dovrebbe far rispettare le regole al di fuori dal campo di gioco, dovrebbe essere una persona che trasmette buon umore ed entusiasmo. L’accompagnatore non deve essere una persona di buona volontà che si presta solo a fare da autista, in quella funzione svolge un ruolo di educatore e come tale deve comportarsi. Pertanto, la società sportiva deve dire in maniera esplicita cosa si aspetta da chi ricopre questo ruolo e che cosa non dovrà fare, ad esempio, intervenire sugli aspetti tecnici dell’attività che sono di competenza dell’allenatore.
Trattandosi di bambini relativamente piccoli (6-7 anni) e che magari per la prima volta svolgono un’attività al di fuori di quella scolastica o di quelle effettuate con i genitori, vi sono degli aspetti della vita sportiva che richiedono maggiore attenzione rispetto ai giovani di età superiore. Ad esempio, nello spogliatoio devono stare tutti insieme da soli, oppure solo con l’istruttore oppure con i genitori? La questione è collegata al loro livello di autonomia personale (il disordine incredibile che si crea se un gruppo numeroso di bambini si spoglia per rivestirsi, oppure la doccia la devono fare da soli o assistiti da qualche adulto?). Abitualmente i bambini di questa età non stanno da soli: nelle scuole elementari i bambini mangiano con la presenza delle maestre. Negli spogliatoi ci dovrebbero stare i genitori con l’obiettivo d’insegnar loro a vestirsi rapidamente a fare la doccia e rimettere la tenuta sportiva nella borsa. Se questo non è possibile, la soluzione potrebbe essere quella di avere l’istruttore che segue inizialmente i bambini e 2-3 genitori che lo assistono, ad esempio per asciugare i capelli o per altre evenienze. Questo servirebbe anche a rassicurare i genitori che lo spogliatoio è un ambiente sano. L’obiettivo da raggiungere resta comunque quello di giungere a lasciare i bambini da soli.
Infine vogliamo lasciare un ultimo spazio per le bambine, sono ancora pochissime nel nostro paese, mentre in altri sono milioni. Come fare per avvicinarle al calcio, forse per cominciare basterebbe parlarne nelle scuole e ai genitori dei figli maschi che giocano a calcio. Non sono certamente le bambine a non voler giocare a calcio, sono gli adulti che non lo permettono.

IL GIOCO ELEMENTO FONDAMENTALE PER SCOPRIRE UN MONDO NUOVO
Correre dietro un pallone, liberare la propria esuberanza motoria, giocare e confrontarsi con i propri compagni senza costrizioni oltre ad essere attività preferite dai bambini, rappresentano finalità e obiettivi di ogni scuola calcio. Per favorire un sano sviluppo psicomotorio, il modello di attività da proporre dovrebbe essere concepito privilegiando il gioco, il confronto e le attività di esplorazione.
Un pallone che rotola, che rimbalza bizzarro ha da sempre catturato l'immaginazione dei bambini e rappresenta nel loro mondo un qualcosa di magico, di affascinante.
L'esplosione di entusiasmo che osserviamo quando un gruppo di bambini gioca, rincorrendosi nella cattura del pallone nell'affannosa e mai doma lotta per arrivare alla porta, soddisfa istinti e bisogni connaturati nella specie umana.
Partendo da questa considerazione. le attività che andremo ad organizzare per questa fascia di età così particolare avranno come tema dominante il gioco.
Una considerazione da fare, riguarda l’insufficiente patrimonio motorio delle nuove generazioni che si affacciano all’attività sportiva infantile. Nell’era dell’informatica, dei videogame, nell’impossibilità di praticare spazi aperti e di stimolare quelle aree corticali deputate alla motricità, i nostri bambini si affacciano al gioco del calcio, senza una base motoria adeguata su cui costruire le future abilità sportive.
Per poter sopperire il deficit di movimento e riuscire a creare strutture stabili su cui costruire le future abilità sportive, l’istruttore della scuola di calcio si trova nella difficoltà metodologica tra lo scegliere un’attività orientata esclusivamente al gioco/partita, oppure, privilegiando sempre l’uso della palla,scegliere un’attività arricchita da proposte polivalenti e multilaterali, al fine di sollecitare aree della motricità affatto o poco stimolate.
Le proposte che adesso andremo a strutturare, illustrano un itinerario, che se da una parte .tenta un parziale recupero del deficit motorio, dall’altra soddisfa nel bambino il suo naturale desiderio di ampliare le sue conoscenze, di attivare nuove sensazioni, di appagare la sua curiosità e di comunicare con l’ambiente attraverso la palla.

Fonte:guida tecnica figc



domenica 28 giugno 2015

LE CINQUE QUALITA’ CHE BISOGNA POSSEDERE PER DIVENTARE UN BUON ISTRUTTORE DI SCUOLA CALCIO



Esaminiamo in questo breve articolo, le cinque qualità che un buon Istruttore deve possedere per essere all’altezza del suo compito e che le permettono di lavorare in modo attento e professionale.
Parleremo, pertanto, di:

COMPETENZA;
CAPACITA’ DI COMUNICARE;
CARISMA – PERSONALITA’;
CAPACITA’ GESTIONALI;
SAPER EDUCARE ALL’EMOTIVITA’.

COMPETENZA
Un istruttore COMPETENTE mira all’acquisizione di SAPERI (costituiti da conoscenze, nozioni ed informazioni generali e specialistiche), CAPACITA’ (come principi generali di azioni) che assicurino il controllo della sua attività didattica.
Per divenire competenti non basta più essere capaci di riprodurre MODELLI DA IMITARE (come avveniva attraverso l’addestramento a cui corrispondeva un apprendimento che induceva i comportamenti desiderati in modo meccanico), ma bisogna essere in grado di avere un controllo sulle procedure e sulle azioni (come avviene attualmente attraverso la FORMAZIONE DELLE COMPETENZE,
acquisendo il PERCHE’ ed il COME di ciò che viene appreso).
La COMPETENZA non è mai STATICA ed in nessun modo può dirsi raggiunta.
La COMPETENZA è una qualità che permette a ciascun ISTRUTTORE di adeguarsi ARMONICAMENTE alle richieste dell’ambiente (basti pensare alla radice etimologica della parola stessa: COMPETENTIA, per la tarda latinità, significava corrispondenza, armonia ad una realtà data).
Sotto questo aspetto un ISTRUTTORE COMPETENTE saprà adeguarsi armonicamente alle richieste dell’ambiente in cui opera.
Le proprie COMPETENZE, ciascun ISTRUTTORE le costruirà in un orizzonte di FORMAZIONE continua, dato che è il contesto dinamico in cui si troverà ad operare.
Ogni COMPETENZA è formata da un mix equilibrato di SAPERE, SAPER FARE,
SAPER ESSERE.
Mentre il SAPERE è costituito dall’insieme delle informazioni e delle nozioni, sia di tipo generale che specifico (possedute dall’individuo), il SAPER FARE è la capacità di metterle in pratica attraverso abilità pratiche e concettuali.
Il SAPER ESSERE, invece, è una META‐QUALITA’ che indica le caratteristiche personali del soggetto e di quei processi psicologici e sociali che lo preparano a prestazioni efficaci.
Un ISTRUTTORE COMPETENTE dovrà possedere tutte e 3 queste qualità contemporaneamente.
Ciascuna di queste QUALITA’ si serve prevalentemente, anche se non esclusivamente, di certi CANALI DI TRASMISSIONE:
il SAPERE privilegia la COMUNICAZIONE SCRITTA e VERBALE;
il SAPER FARE privilegia l’ESPERIENZA PRATICA;
il SAPER ESSERE privilegia l’ESEMPIO INTENZIONALE, lo STIMOLO, la SITUAZIONE PROBLEMATICA.
Faccio un esempio.
Un ISTRUTTORE COMPETENTE, per quanto riguarda l’AMBITO TECNICO, deve SAPERE o meglio CONOSCERE la TECNICA, ma deve anche SAPER FARE (didatticamente parlando) un ALLENAMENTO sulla TECNICA; questo però non basta (e di solito è la cosa più difficile da acquisire); deve anche SAPER ESSERE l’istruttore dei suoi giovani allievi, diagnosticando la composizione del gruppo, risolvendo i problemi di comprensione di ognuno, relazionandosi a ciascuno di essi in modo adeguato.
Solo la COMBINAZIONE di queste QUALITA’ determinerà la FORMAZIONE di un ISTRUTTORE COMPETENTE.

CAPACITA’ DI COMUNICARE
Quando ci si trova di fronte ad un processo di INSEGNAMENTO/APPRENDIMENTO, come avviene all’interno di una SCUOLA CALCIO tra ISTRUTTORE ed i suoi GIOVANI DISCENTI, diviene fondamentale,
per la sua riuscita, la COMUNICAZIONE INTERPERSONALE (verbale e non verbale) in entrambe le direzioni dei due soggetti educativi coinvolti.
È chiaro che in una SCUOLA CALCIO, vista la differenza di età dei soggetti coinvolti, con particolare riferimento alla comunicazione verbale, è molto più importante la capacità di comunicare dell’ISTRUTTORE in direzione del DISCENTE.
La figura dell’ISTRUTTORE è fondamentale a livello di COMUNICAZIONE. Per indirizzare la qualità di quest’ultima in entrambe le direzioni (COMUNICAZIONE INTERPERSONALE).
Senza un’adeguata COMUNICAZIONE INTERPERSONALE non è possibile in realtà perseguire un efficace processo di INSEGNAMENTO/APPRENDIMENTO, ma soprattutto si rischia di produrre una COMUNICAZIONE INEFFICACE o addirittura contraddittoria.
Ma cos’è la COMUNICAZIONE INTERPERSONALE?
La si definisce, solitamente, come una serie di messaggi scambiati tra persone utilizzando vari codici ed all’interno di un contesto che pone dei limiti e predispone dei contatti.
Si definisce COMUNICAZIONE qualsiasi comportamento che si ha in presenza di un’altra persona.
Per questo si può comunicare con un’altra persona non solo attraverso il LINGUAGGIO VERBALE (le parole) e PARAVERBALE (come le parole vengono dette: tono della voce, pause tra le stesse…), ma anche attraverso quello NON VERBALE fatto di gesti, posture, silenzi.
Questo deve rendere consapevoli dei buoni ISTRUTTORI che il proprio comportamento è sempre e comunque un comportamento comunicativo, sia esso consapevole che inconsapevole.
Avendo a che fare nella SCUOLA CALCIO con bambini in tenera età, per l’ISTRUTTORE, tra i vari tipi di COMUNICAZIONE, le più importanti sono: la COMUNICAZIONE VERBALE e quella PARAVERBALE.
L’importanza di quella VERBALE crescerà proporzionalmente con il crescere dell’età dei soggetti coinvolti.
Un’altra dote importante (per quanto concerne la COMUNICAZIONE) per diventare un buon ISTRUTTORE DELLA SCUOLA CALCIO, vista la giovane età dei soggetti coinvolti, è quella di IMMEDESIMARSI, a livello psicologico, nei propri interlocutori (i giovani calciatori).
L’IMMEDESIMARSI è una STRATEGIA di conoscenza e comprensione dell’altro che può avvenire attraverso un’identificazione reciproca; tale strategia viene denominata EMPATIA.
L’EMPATIA utilizza il meccanismo psicologico di proiezione: io mi proietto nell’altro, faccio sospensione del mio giudizio, cerco di capire il mondo dal punto di vista dell’altro ed in questo modo posso capire meglio i contenuti esperienziali di chi mi sta di fronte.

CARISMA – PERSONALITA’
Un’ISTRUTTORE DELLA SCUOLA CALCIO, per essere una figura importante all’interno del gruppo‐squadra, un autentico punto di riferimento per tutti coloro che gli gravitano attorno, deve possedere il necessario CARISMA ed una forte PERSONALITA’.
Vediamo ora nel dettaglio cosa significa avere CARISMA e PERSONALITA’.
Per avere il necessario CARISMA bisogna dimostrare di credere in tutto ciò che si dice; ogni gesto va fatto con forza ed energia, ogni espressione deve essere coerente con il significato che ha per noi il nostro messaggio.
Possedere una forte PERSONALITA’ vuol dire saper coniugare in modo coerente i modi di sentire, pensare e comportarsi.
La PERSONALITA’ è ciò che ci rende UNICI, diversi gli uni dagli altri, rappresenta il modo di interagire con il mondo.
Un ISTRUTTORE con una forte PERSONALITA’ sarà in grado di liberare ai massimi livelli la propria CREATIVITA’ ed avrà la capacità di mettere più forza ed energia in ciò che dice e ciò che fa.
Già da quest’ultima affermazione si può intuire che il CARISMA è una caratteristica tipica di un soggetto dotato di una forte PERSONALITA’.
Una persona dotata di CARISMA e PERSONALITA’ è prima di tutto una persona dotata di una forte AUTOSTIMA.
Un ISTRUTTORE con forte PERSONALITA’ e CARISMA può assumere all’interno del gruppo‐squadra il ruolo di LEADER.

CAPACITA’ GESTIONALI
Un buon ISTRUTTORE DELLA SCUOLA CALCIO deve possedere anche ottime CAPACITA’ GESTIONALI, intese come capacità di gestire le persone e le risorse.
Quante e quali sono le CAPACITA’ GESTIONALI più importanti? Io ritengo occorra, per quanto riguarda la SCUOLA CALCIO, metterne in risalto 6.
1. ORGANIZZAZIONE: intesa come capacità di strutturare tutte le attività proprie e degli altri, le risorse possedute, il tempo a disposizione per il raggiungimento degli obiettivi prefissati.
2. CONTROLLO: l’istruttore deve essere sempre vigile e controllare che l’attività programmata, attraverso un continuo monitoraggio della stessa, possa svolgersi in base agli obiettivi prefissati. Grazie ai continui feed‐back (segnali di ritorno), dedotti durante l’attività di controllo, l’istruttore cercherà di garantire la necessaria rispondenza tra attese ed avvenimenti.
3. AUTOREVOLEZZA: l’istruttore, per gestire le persone, deve fare ricorso ad uno stile AUTOREVOLE e non AUTORITARIO. Le proprie ragioni, i propri intendimenti non andranno imposti a prescindere, ma andranno fatti accettare perché le persone riconoscono nel soggetto autorevole comportamenti adeguati, competenza e capacità di comunicare, equità ed equilibrio.
4. STABILIRE OPPORTUNE NORME COMPORTAMENTALI: l’istruttore deve, affinché ci sia ordine e disciplina all’interno del gruppo‐squadra (e non si corra il rischio di trovarsi di fronte alla più totale anarchia), stabilire
opportune REGOLE (NORME COMPORTAMENTALI) e fare in modo che vengano sempre rispettate. Inizialmente nella categoria PICCOLI AMICI e PULCINI queste REGOLE verranno definite dall’istruttore, con sviluppo di una morale ETERONOMA grazie alla quale ciò che è giusto o sbagliato si determina sulla base delle valutazioni fatte dagli adulti. A partire dalla categoria ESORDIENTI, anche i bambini potranno partecipare alla formulazione di alcune REGOLE, dato che in questo periodo in loro si svilupperà una MORALE AUTONOMA grazie alla quale ciò che è giusto o sbagliato si determina all’interno di ciascun individuo.
5. COERENZA: l’istruttore deve sempre gestire i problemi con la necessaria coerenza in modo tale che tutte le persone gravitanti attorno a lui abbiano sempre la necessaria fiducia nel suo operato. Avere la necessaria COERENZA presuppone la capacità di scegliere tra le diverse alternative con
ponderatezza, lucidità e tempestività.
6. COLLABORARE: l’istruttore deve saper COLLABORARE, COOPERARE con tutte le persone che gravitano attorno al team (gruppo‐squadra) per garantire la necessaria riuscita del progetto tecnico‐educativo. L’istruttore deve sempre trattare le persone coinvolte nel progetto, affinché si sentano stimolate e coinvolte nel progetto stesso, con rispetto e cortesia.

SAPER EDUCARE ALL’EMOTIVITA’
Ed ora l’ultima QUALITA’ (ma non per questo la meno importante), quella che potrebbe fare la differenza nella crescita dell’istruttore ed agire quale elemento di coesione tra tutte le altre: SAPER EDUCARE ALL’EMOTIVITA’.
Senza EMOZIONI non ci potrà essere APPRENDIMENTO (è risaputo che non si ha apprendimento senza gratificazione emotiva) e ci potranno essere difficoltà nei rapporti interpersonali; per riuscire a MOTIVARE i bambini, e stimolare in loro un interesse (la volontà non esiste se non c’è interesse), bisognerà coinvolgere la sfera emozionale.
Purtroppo nell’attuale generazione esistono gravi problemi emozionali rispetto a quelle precedenti.
E per risolvere questi problemi, vista la loro importanza per l’apprendimento, per i rapporti tra le persone, l’AMBITO SPORTIVO, viste le carenze della scuola e della famiglia in tal senso, rimane uno dei pochi ambiti educativi in cui si possa fornire quegli strumenti emotivi necessari per dare avvio a comportamenti quali
l’autocontrollo, l’empatia, l’autoconsapevolezza… qualità senza le quali risulterà difficile collaborare e cooperare con gli altri (ed in questo modo creare la giusta mentalità di squadra).
Il legame emotivo non si costruisce quando il rapporto tra ISTRUTTORE e BAMBINO è un rapporto di reciproca diffidenza o, addirittura, di assoluta incomprensione.
Per creare questo legame emotivo risulta estremamente importante l’attività
dell’ISTRUTTORE.
Come potrà un ISTRUTTORE “EDUCARE ALLE EMOZIONI” quando lui stesso non saprà viverle ed apprezzarle?
Quali saranno gli strumenti che un ISTRUTTORE DELLA SCUOLA CALCIO dovrà utilizzare per educare i suoi giovani calciatori alle EMOZIONI?
Gli strumenti saranno i seguenti:
1. GRATIFICARE spesso i bambini rinforzando in tale modo determinati comportamenti ed attività;
2. SAPERSI METTERE ALLO STESSO LIVELLO PSICOLOGICO DEI BAMBINI, scherzando e ridendo con loro;
3. FARLI SENTIRE IMPORTANTI in ciò che fanno ricorrendo ad esempi, aneddoti, metafore, sottili ironie, allo scopo di sviluppare quel surplus motivazionale che possa aiutare i bambini a superare i loro limiti;
4. l’istruttore dovrà far sentire sempre il suo TOTALE COINVOLGIMENTO EMOTIVO nelle attività svolte senza dare mai l’impressione di essere distaccato ed avulso dal contesto in cui i bambini operano.
fonte:centrostudicalci

mercoledì 6 maggio 2015

LA COLPA… È DEGLI ALTRI!




Criticare l’allenatore o i compagni di squadra danneggia il piccolo calciatore!
Si cresce imparando a conoscere e superare i propri limiti, altrimenti si alimentano le insicurezze del bambino.
Capita spesso di sentir giudicare l'operato dell'istruttore di Scuola Calcio da parte dei genitori.
A volte accade semplicemente per parlare un po' e colmare con due chiacchiere il tempo di una partita o di allenamento. Altre volte, però, capita involontariamente di condire questo atteggiamento con giudizi, non sempre positivi, sull'istruttore e sul suo operato.
Ora, ognuno può fare e dire ciò che vuole a patto che questo avvenga nel rispetto degli altri, e soprattutto del proprio figlio. In tal senso dare un giudizio sul mister di fronte a lui può rischiare di renderlo insicuro e indeciso in campo.
Questo perché se un adulto di cui il bambino si fida ciecamente, trattandosi del proprio papà o della propria mamma, descrive in un certo modo una persona, per lui quella è una realtà indiscutibile, non un'opinione soggettiva di colui che la esprime.
Per esempio se un bambino sente dire da mamma o da papà: “Questa maglietta rossa non ti sta bene” lui molto spesso non riesce a capire che si tratta di un giudizio personale. Pensa che il rosso sia un colore che non gli si addice in modo assoluto.
Così se uno dei genitori critica l'istruttore o un compagno di squadra in virtù del suo punto di vista, per il figlio che ascolta ciò che afferma il proprio genitore rappresenta la verità assoluta. Dare giudizi personali su altri piccoli calciatori o sull’istruttore in presenza del giovane atleta, rischia di confonderlo inquinando oltretutto il rapporto che lui stabilisce con gli altri.

CRITICARE NON FA RIMA CON EDUCARE
A volte, con troppa superficialità, dopo una partita si tende a criticare le decisioni dell'allenatore o la prestazione della squadra. In questi casi oltre a inquinare l’idea che il bambino si fa degli altri, si svalorizzano dei punti di riferimento come l’istruttore o un compagno di squadra nei quali lui crede molto.
Avere intorno persone che criticano induce per emulazione ad acquisire l'abitudine di disapprovare tutti, proiettando spesso sugli altri le responsabilità di una sconfitta o di un evento sportivo, come per esempio un’ammonizione, e così sfuma l'occasione di riconoscere le proprie manchevolezze.
In questo senso può capitare che invece di rendersi conto di non aver giocato bene il bambino impari a giustificarsi adducendo capri espiatori.
Ci si abitua così a dare la colpa all’arbitro, al mister, come si vede fare al papà o alla mamma. Un genitore che non riconosce i limiti del figlio e ha l'abitudine di concentrarsi sulla performance di altri non fa che rinforzare nel proprio bambino la brutta abitudine di spostare l'attenzione altrove invece di imparare da una sana autocritica.
Così facendo si elude al giovane atleta l’opportunità di riflettere e capire dove ha sbagliato traendo da ciò degli spunti di crescita.
Fonte:allfootball.it