sabato 5 maggio 2018

LA CATEGORIA ESORDIENTI



La categoria esordienti rappresenta, all'interno dell'organigramma della struttura giovanile federale, l'apice di una piramide definita attività di base.
La sintesi culturale di questa attività, deve avere come comune denominatore alcune definizioni o parole chiave che devono rappresentare la linea guida per coloro che si occupano di formazione e di attività sportiva infantile: gioco, divertimento, entusiasmo, passione, programmazione, cultura sportiva, professionalità.

Per molti giovani il calcio non costituisce solo il primo amore ma gli dimostrano pure una fedeltà sconosciuta ai praticanti della maggior parte delle altre discipline sportive. Infatti, da un’indagine condotta dal Settore Giovanile Scolastico della FIGC emerge chiaramente che 86,1% di 694 calciatori intervistati (11-18 anni) appartenenti alle principali società sportive ha iniziato a praticare sport proprio con il calcio senza mai impegnarsi in un'altra disciplina. Questo dato sale, inoltre, al 100% se i genitori sono in possesso della licenza elementare, mentre scende al 75% per quelli che hanno il padre laureato. In relazione alla categoria esordienti già questi risultati permettono di formulare alcune considerazioni pratiche, ma accanto a ciò va preso in considerazione un altro aspetto importante che caratterizza il calcio in questa fascia di età. Mi riferisco all’introduzione dell’11 contro 11, che avvicina sempre più i ruoli e il gioco a quello del calcio praticato nei campionati. In sintesi cosa ci dicono queste informazioni:
• lo sport per questi preadolescenti s’identifica quasi unicamente con il calcio,
• i genitori che portano i loro figli a giocare a calcio, e con maggiore frequenza quelli di livello socioculturale più basso, sono particolarmente motivati a sostenere la pratica del calcio come unico sport,
• gli istruttori e gli allenatori devono prendere in considerazione nell’organizzare l’attività che per molti bambini lo sport si è caratterizzato come esperienza monosportiva.
Dal punto di vista dei contenuti e delle modalità di organizzazione degli allenamenti diventa quindi necessario orientare le sedute non solo all’acquisizione delle competenze motorie e tecnico-tattiche specifiche per questa disciplina ma anche sviluppare tutte quelle abilità motorie che non sono tipicamente sollecitate dal gioco ma che sono essenziali a uno sviluppo globale del giovane.

I giovani esordienti che hanno partecipato a questa indagine ritengono che per diventare un calciatore di buon livello sono molto importanti le seguenti condizioni: avere fiducia in se stessi (è molto importante per l’85,5%), allenarsi molto (78,7%), fare sacrifici (70%), sapersi divertire giocando (56,7%), avere accanto persone che credono in te (52,4%) e avere un buon allenatore (50,6%). Quindi, si evidenzia che già a 11 anni questi ragazzi credono nell’impegno personale come elemento principale per avere successo nel calcio. E’ interessante notare come questi ragazzi delle medie inferiori hanno idee abbastanza precise su cosa è importante per un bambino che comincia a giocare. Si riscontra che l’81,8% pensa che sia molto importante il divertimento mentre sono poco importanti il vincere molte partite (66,9%) e il ricoprire un ruolo specifico in campo (47,96%). L’avere un bravo allenatore è molto rilevante per il 53,3% di loro. Altri aspetti che dovrebbero essere soddisfatti dall’avviamento al gioco del calcio riguardano l’essere inseriti in un buon gruppo-squadra (47,5%) e l’essere seguiti dai genitori (34,7%). Gli aspetti specifici del gioco del calcio, come imparare la tecnica calcistica e imparare a stare in campo e il giocare sempre sono considerati come necessari ma meno importanti rispetto a quelli citati in precedenza. Infine avere come punto di riferimento un campione è molto importante solo per il 21,4%: sembra in ultima analisi che l’orientamento sia quello di dare centralità alla propria persona, piuttosto che delegare ad altri meriti o responsabilità.

Il gruppo degli esordienti si caratterizza per un’ampia distribuzione dei dati che portano ad evidenziare ben nove fattori motivazionali, rispetto ai sette riscontrati nei giocatori di età superiore. Ciò dipende in larga parte dal loro sviluppo cognitivo ed emotivo che non permette ancora di fornire risposte alle 32 affermazioni del questionario in maniera così coerente come è stato invece registrato per i ragazzi di età superiore.
I fattori identificati sono i seguenti:
1) Acquisizione di status – è composto da sei motivi che identificano il desiderio di diventare famosi e popolari tramite il calcio. Si evidenzia, pertanto, che lo sport già nei più giovani viene vissuto in termini di promozione sociale e di aspirazione a raggiungere i livelli più elevati di partecipazione.
2) Rinforzi estrinseci – è composto da tre ragioni: le prime due si riferiscono al ruolo svolto dai genitori e dai migliori amici nel sostenerli nella loro attività calcistica mentre la terza riguarda il desiderio di viaggiare. Si conferma l’importanza del ruolo svolto dalle persone per loro più significative nel favorire il coinvolgimento sportivo.
3) Forma fisica – è composto da tre ragioni che esaminano il ruolo attribuito all’ottenimento e al mantenimento della forma fisica.
4) Abilità – evidenzia il bisogno di acquisire e migliorare le abilità sportive e di far parte di una squadra..
5) Aspetti della competizione – è composto dalle seguenti ragioni: gareggiare, rapporto con l’allenatore, spendere energia, essere in forma e piacere tratto dall’azione. Ognuno di questi quattro aspetti motivazionali sono tra loro correlati positivamente.
6) Amicizia – riguarda il desiderio di stare con gli amici e di farsene di nuovi a cui si aggiunge un terzo motivo relativo al fare qualcosa in cui si è bravi. Pertanto, a questa età lo stabilire relazioni di amicizia è positivamente correlato con la percezione di sentirsi competenti nel calcio.
7) Divertimento – è composto dalle tre seguenti ragioni: divertirsi, spirito di squadra e piacere tratto dalle sfide. In altri termini, il divertirsi si associa con l’appartenenza a un gruppo e alla percezione di porsi delle sfide che suscitino emozioni.
8) Esercitarsi in gruppo – è composto da due ragioni che riguardano il desiderio di fare esercizio e il lavoro di squadra. Anche in questo, si conferma che nei più giovani il gruppo è il mediatore essenziale di aspetti motivazionali fondamentali.
9) Spendere energia – è composto da tre ragioni; due si riferiscono allo scaricare il nervosismo e al desiderio di entusiasmarsi mentre la terza riguarda il piacere di stare fuori casa. Anche questo fattore motivazionale si caratterizza in termini di soddisfazione emotiva, evidenziando come l’attività calcistica si possa presentare come situazione regolatrice dell’energia psicologica individuale.
In sintesi si rileva che i giovani di questa età, come i ragazzi di età superiore, praticano calcio per un insieme abbastanza ampio di ragioni. Rispetto ai calciatori delle categorie successive si evidenzia che il bisogno di far parte di una squadra, di collaborare insieme e di avere uno spirito di squadra, che costituiscono il fattore squadra, non formano un unico fattore indipendente. In tal senso, il raggiungere obiettivi sportivi di squadra sembra non essere ancora una componente fondamentale del loro modo di vivere il calcio. Infatti, ognuna di queste tre ragioni si correla a fattori motivazionali distinti e riguardanti l’abilità sportiva, il divertimento e l’esercitarsi in gruppo. La coesione di squadra non è considerata come aspetto indipendente dagli altri e sembra che i giovani non la considerino un obiettivo da perseguire se si vuole competere con soddisfazione. Viceversa, dopo i 13 anni l’unione della squadra diventa un fattore motivazionale specifico, che viene riconosciuto dai ragazzi come uno degli elementi essenziali che li mantiene coinvolti nella pratica del calcio
Fonte:guida tecnica figc

martedì 16 gennaio 2018

GENITORI:LE REGOLE PER ASSISTERE ALL'ALLENAMENTO


Lo sappiamo, e ormai non ci facciamo più caso, la tendenza odierna è spettacolarizzare lo sport in ogni suo aspetto, dal mirabile gesto tecnico al più banale movimento in campo. Tutti devono sapere ed essere dappertutto così da alimentare il “mito” della condivisione sportiva totale. Tutto, per conseguenza, deve essere percepibile e visibile da tutti, più che sportivi appassionati stiamo diventando dei guardoni e dei “sentoni”. Questa smania di protagonismo e presenzialismo nel vivere lo sport si riflette inevitabilmente, fatte le debite proporzioni, anche sulle realtà calcistiche minori e, a cascata, sui genitori, dirigenti e allenatori che vi sono coinvolti. Ciò finisce per influenzare il delicato equilibrio che ogni squadra deve gestire tra il versante pubblico nel quale si espone al giudizio degli altri, e il versante privato, dal quale gli esterni dovrebbero essere esclusi. Un indicatore di questo fenomeno è la presenza sempre più frequente dei genitori non solo alla partita ma anche agli allenamenti dei loro figli.


LA PRIVACY DELLA SQUADRA
Di per sé l’allenamento, come e ancor di più accade per lo spogliatoio, dovrebbe appartenere alla “sfera privata” di una squadra. È un momento in cui sono messe a nudo difficoltà e punti da rinforzare, vengono alla luce gli errori commessi, si affrontano nuove situazioni e soluzioni di gioco. Certo non è simpatico farlo sotto gli occhi di osservatori esterni soprattutto se sono i genitori. Per contro, tuttavia, fa piacere seguire ed essere seguiti nel lavoro tecnico tattico, mostrare il proprio impegno e le proprie qualità come fanno gli altri compagni, tutti assieme, in un momento in cui si è tutti equivalenti senza preoccupazioni di formazione o sostituzioni.
Che fare allora? Consentire la presenza ai genitori oppure vietarla? Possiamo immaginare che i pareri e le esperienze al riguardo siano diversi. In effetti gli allenamenti diventano spesso un’area di confine tra pubblico e privato, dove finiscono per scontrarsi il diritto dell’allenatore a lavorare, anche a riprendere i giocatori se è il caso, e il diritto del genitore a poter seguire il figlio e i suoi progressi. Occorre equilibrio, chiarezza e lucidità. Quello che non funziona, sicuramente, sono le prese di posizione, le scelte rigide, inflessibili, in un senso o nell’altro.
Si dunque alla presenza dei genitori, ma non sempre. Non prima o dopo gare delicate, e solo dopo aver chiarito e condiviso alcune condizioni. Niente commenti tecnici a voce alta, nessuna valutazione sugli esercizi e rispettare una certa distanza dal campo.
Se ben impostata, la presenza e il comportamento di mamme e papà può essere occasione di dare e sperimentare regole anche per gli stessi genitori. Che bello sarebbe se le sedute di lavoro settimanali fossero, anche per loro, un allenamento a ben comportarsi nel corso della partita.
(fonte:allfootball)

IMPARATE A PERDERE, PER VINCERE

Nessuno si fa allenare da qualcuno che reputa peggiore di sé. È una della regole non scritte ma ineluttabili della pratica sportiva. Vale anche nel rapporto genitori - figli, in ambito sportivo. Nessuno si fa educare da qualcuno di cui non ha sufficiente stima, fosse anche il papà o la mamma. Occorre dimostrare dunque, anzitutto a se stessi come genitori e poi ai giovani, di avere qualcosa da dare che i figli non hanno ancora. Ecco perché il genitore che contribuisce alla propria crescita, contribuisce anche alla crescita dei suoi ragazzi.
Un aspetto molto complicato su cui padri e madri dovrebbero “allenarsi” è quello di saper perdere. Non stiamo parlando di accettare le inevitabili sconfitte dei propri ragazzi sul campo. Parliamo di quello che è, per il genitore, l’esito della partita più importante, il riuscire ad accettare la loro emancipazione. Il successo in questo caso sta paradossalmente nella capacità di saperli perdere, accettare di doversene separare. Lo sappiamo bene: l’avviamento dei nostri ragazzi allo sport comporta sempre l’insorgere di una reciproca distanza emotiva. E molto spesso i genitori vanno in fuorigioco. Nelle dinamiche che si instaurano alcuni mancano di sincronia, altri sbagliano il “movimento incontro”, altri ancora “rientrano in gioco” troppo tardi.  Come superare la tentazione di trattenerli oltremisura invadendo i loro spazi? Come non farsi prendere da crisi di gelosia verso l’allenatore? E, viceversa, come evitare di abbandonarli a loro stessi, “rei” solo di maggior desiderio di autonomia? Sono tutti aspetti legati all’imparare a saperli perdere, accompagnandoli verso il loro futuro. Non si tratta di un processo rapido e indolore ma di un percorso, da provare e riprovare, contraddistinto da una dinamica che si sviluppa in tre tempi.

ACCETTARE UN TERRENO DI CONFRONTO
Prima ancora che la partita abbia inizio, le squadre si dispongono in campo. Il terreno di gioco è uguale sia per chi gioca in casa che per gli ospiti. Le misure delle porte, per esempio, non cambiano perché si è la squadra ospitante o quella ospitata. È però importante, anzi necessario, che entrambe le accettino così come sono, sono una delle condizioni del confronto. La differenza, nello sport e in educazione, la fa l’esperienza e la qualità del gioco: non il campo. Accettare il confronto significa pertanto accettare di affrontarsi sullo stesso terreno di gioco, uguale sia per i genitori che per i figli. Per un padre o una madre a volte ciò non è facile. Sono abituati a crescere i figli, non a doversi confrontare con loro. Se è pur vero che le responsabilità degli adulti sono maggiori, perché il confronto possa produrre i frutti sperati essi devono accettare di condividere lo stesso perimetro di gioco. Sviluppare la capacità di ascoltare, parlare avendo rispetto delle opinioni dei ragazzi, dare valore al loro punto di vista.
  
VIVERE LA PARTITA DELL’ALLONTAMENTO
Il distacco non avviene come quando si strappa un cerotto: un dolore intenso al momento che poi passa. La separazione tra genitori e figli è paragonabile a un lungo campionato fatto di molte partite, alcune delle quali si vincono, altre si perdono o pareggiano. Si tratta di giocare ad affrontare e sperimentare l’allontanamento reciproco, partita dopo partita, attaccando e difendendo a seconda delle circostanze e delle energie disponibili con le tattiche più congeniali. Ogni azione non è che un episodio, una piccola tappa del lungo cammino che porterà a separarsi. Questo consente ai genitori di comprendere meglio cosa sta cambiando in loro, come la vivono, quanto si sentono preparati, sapendo che il processo avviene ogni volta, e richiede anni di allenamento.

STRINGERSI LA MANO AL TERMINE E RI… CONOSCERSI
La separazione ed emancipazione tuttavia non sono le ultime fasi del percorso. Come accade al termine di una gara corretta, i giocatori alla fine si ritrovano al centro del campo per stringersi la mano, talvolta abbracciarsi. È un importante gesto di riconoscimento reciproco.  Saper (ri)conoscere il figlio come altro da sé è la condizione per (ri)trovarsi, e sperimentare che quanto si pensava perduto è in realtà recuperato, seppure in modo diverso. L’ultima tappa è il nuovo incontro fatto di (ri)conoscimento e gratitudine reciproci, entrambi attraverso uno sguardo diverso. Si tratta di una grandissima ricompensa che giustifica l’aver attraversato tante situazioni ed esperienza delicate, inclusi momenti di incomprensione e conflitto.
(fonte:allfootball)

lunedì 11 dicembre 2017

LA RIFORMA DELLE MODALITA' DI CONFRONTO DELLA CATEGORIA ESORDIENTI

La categoria Esordienti, l’ultima della Scuola Calcio, vede rivoluzionate le proprie modalità di confronto.
Si passa dal gioco 11 contro 11 al 9 contro 9, sistema di gara che prima interessava soltanto la categoria Esordienti B.
Per quale motivo si è deciso di “tornare indietro”?
Per quali ragioni la Federazione ha preferito ridurre il numero dei partecipanti alle partite?

GIOCO E INTENSITA'
La stagione scorsa mi trovavo a collaborare con una società la cui prima squadra militava nel campionato di Promozione.
A volte è successo la partita degli Esordienti fosse seguita da quella degli adulti.
Entrambe le partite si disputavano sul medesimo campo, senza riduzione alcuna per i più piccoli.
In ciascuna occasione mi domandavo: “come può lo stesso spazio di gioco essere adatto alle due diverse categorie?”.
“Se le dimensioni sono ottimali per gli atleti di Promozione non è possibile che siano adatte anche alla squadretta di adolescenti”.
“O il campo è troppo piccolo per gli adulti oppure è tremendamente grande per gli Esordienti”.
Con l’introduzione del gioco 9 contro 9 – e la conseguente riduzione degli spazi di gioco – qualcosa è cambiato.
Nelle partite di calcio capita di frequente che il pallone finisca fuori dal gioco e che si verifichino tempi “morti”, perdite di tempo in cui non si svolge alcuna azione.
Modificando lo spazio, anche il tempo subisce una variazione.
  • nelle partite 4 contro 4 il pallone è fuori per circa l’8% del tempo totale di gioco;
  • in gare 7 contro 7 i tempi morti aumentano fino al 14%;
  • in confronti che coinvolgono 11 giocatori per squadra il tempo effettivo di gioco si abbassa a circa 2/3 del tempo totale.

La riduzione del numero dei partecipanti aumenta il grado di coinvolgimento di ciascun giovane atleta.
Secondo ricerche statistiche, nel gioco “9 contro 9” è 90.000 volte più facile e probabile che un calciatore sia coinvolto in un’azione di gioco rispetto alla modalità “11 contro 11”.
In conclusione: più un ragazzo è coinvolto nel gioco, più il gioco diventa motivante.

ORIENTAMENTO DI GIOCO
Per tutti gli appassionati di moduli, schemi tattici e numeri.
Il gioco a 9 permette a ciascun giocatore di toccare più volte il pallone, di essere molto più spesso al centro del gioco e di interagire con lo spazio e con i compagni in modo semplificato.
I Centri Federali Territoriali hanno scelto il sistema di gioco (1)3-2-3 in quanto:
  • permette un un duello 1 contro 1  nelle varie zone di campo (naturalmente se anche l’altra squadra adotta il medesimo posizionamento);
  • favorisce la collaborazione nelle catene esterne;
  • agevola la lettura delle situazioni di potenziale disparità numerica.
Non soltanto il (1)3-2-3, ma anche il (1)2-4-2 procede nella medesima direzione formativa.
Questo secondo schieramento promuove la collaborazione tra compagni di reparto e non vincola alcun giocatore a muoversi sempre con le spalle rivolte alla porta avversaria.
Anche l’estremo difensore – o il primo attaccante – riceve grandi benefici e agevolazioni da questa nuova modalità di confronto per gli Esordienti:
  • egli compie compie un numero di interventi 4 volte superiore alla media dei confronti 11 contro 11;
  • legge con più facilita le diverse situazioni di gioco, in quanto semplificate;
  • accompagna con più naturalezza e semplicità le azioni dei compagni.

Più gioco, più miglioro. E più mi diverto.
Un’altra differenza sostanziale tra le due modalità di confronto tra Esordienti.
Nel calcio a 11, ogni 30 minuti di gioco ciascun giocatore viene coinvolto per circa 1 minuto e 36 secondi, contro i 2 minuti e 6 secondi del gioco a 9.
Questo significa che diminuendo il numero dei giocatori coinvolti, aumenta il tempo di contatto di ciascuno di loro con l’attrezzo (pallone) di circa il 22%.
Ogni 4 partite giocate 9 contro 9 è come se si fossero giocate 5 partite nella modalità a 11.
Sempre riducendo gli spazi, diminuisce anche la “periferia“, ovvero tutta quella enorme porzione di campo che solitamente non viene utilizzata da alcun giocatore.
In conclusione, giocare in spazi ridotti non può fare altro che produrre del gran bene ai nostri giovani atleti.
Sono più coinvolti, hanno più probabilità di entrare in contatto con il pallone; giocare nello “stretto” è utile per incrementare le loro abilità tecniche e capacità cognitive e percettive.
Spesso sono chiamati a decidere in fretta, risolvendo situazioni di gioco attraverso il gesto tecnico.
Lasciamoli giocare.
(Fonte:mentalfootball)

domenica 15 ottobre 2017

DIFFERENZE TRA EDUCATORI E GENITORI/ALLENATORI



Lo SPORT è scuola di vita

voi considerate vostro figlio un bambino di 13-15-17 anni
noi consideriamo i vostri figli persone di 13-15-17 anni

voi considerate vostro figlio NON capace di prendere decisioni perché bambino
noi consideriamo i vostri figli persone capaci di prendere decisioni, e sul campo pretendiamo che prendano decisioni, soffriamo quando prendono quelle sbagliate.....cerchiamo di correggerli, ma non le prendiamo mai per loro

voi volete risolvere tutti i problemi di vostro figlio, se va male a scuola gli prendete qualcuno per le ripetizioni, se il professore è severo e da tanti compiti andate a parlare con lui lamentandovi, se l’allenatore urla o tira una pedata nel sedere....apriti cielo.......tutto questo anche se vostro figlio è sereno.....voi volete essere protagonisti della vita di vostro figlio
noi invece non vogliamo e non possiamo risolvere i problemi dei vostri figli, ogni giorno cerchiamo di allenarli fisicamente e mentalmente per dare loro gli strumenti per poter risolvere i problemi, noi non possiamo andare in campo al loro posto e per fortuna neanche voi, almeno hanno un posto dove crescere in modo autonomo
noi non possiamo proteggerli dall’avversario, diamo loro gli strumenti per affrontarlo, noi non vogliamo giocare al loro posto, noi vogliamo che loro siano i protagonisti della loro vita....e quando c’è da raccogliere i frutti noi ci nascondiamo

voi spesso sottolineate che vostro figlio è stanco e allora volete che salti un allenamento, che non vada a scuola perché è rientrato tardi dalla partita, perché si addormenta sul divano etc etc, senza considerare che indebolite la sua forza mentale
noi invece esortiamo i vostri figli a superare l’ostacolo della stanchezza, a tenere duro e provare a superare i propri limiti per ottenere un miglioramento, di tenere forte 2 azioni anche se hanno il carico sulle gambe di una partita intera, di ragionare anche se hanno speso tanto, cerchiamo di fortificare la loro resilienza la loro forza mentale perché essa è allenabile

sull’aspetto fisico invece abbiamo massima attenzione e sappiamo identificare quando una ragazzo è stanco fisicamente e va fermato, la nostra priorità non sono le partite, ma i vostri figli


voi difficilmente accettate il fallimento di vostro figlio, se ha un debito è un dramma, se prende un brutto voto è un dramma.....e se per caso viene bocciato....
noi invece accettiamo le sconfitte se sono il frutto di uno sforzo massimo, e insegniamo ai vostri figli che la cosa importante è uscire dal campo avendo dato tutto, avendo fatto il massimo delle proprie possibilità, ad uscire dal campo consapevoli di aver fatto il proprio dovere........quando così non è allora ci arrabbiamo, ma non per la sconfitta, solo per il modo in cui essa nasce
la cosa incredibile è che i vostri figli si rendono conto di questo e a volte non hanno bisogno di essere puniti.....per noi sono persone capaci di valutare e da soli cercano di risolvere il problema......noi li spingiamo ad assumersi le responsabilità delle loro azioni

voi spesso non sopportate le regole, da voi definite rigide, che noi diamo a vostro figlio, a volte avete anche consigliato a vostro figlio di darci una scusa o inventarsi una “balla” per sviare queste regole
noi invece diciamo ai vostri figli che le regole vanno rispettate, perché in un gruppo non si è soli e il rispetto verso l’altro è la base, ormai ovunque si parla di senso del diritto, noi trasmettiamo il senso del dovere.....e devo dire che lo sport è rimasto da solo a trasmettere questo.
senso del dovere e capacità di capire che ogni scelta comporta un seguito....e i problemi vanno affrontati

voi spesso trasmettete a vostro figlio che giocare nella squadra è un diritto, e quando lui non gioca allora lascia, non lotta
noi invece facciamo capire che il diritto che hanno è di essere seguiti e di ricevere lo stesso insegnamento, ma i frutti raccolti sono diversi perché gli alberi sono diversi e nello sport le differenze fisiche, tecniche, mentali, fanno la differenza e sono importanti....ma ognuno ha un ruolo e quando una ha consapevolezza di ciò che è allora può esprimersi al meglio e soprattutto migliorare

noi diciamo la verità ai vostri figli, anche se è sappiamo possa farli barcollare, ma non possiamo mentire nei loro confronti....siamo li però a indicargli la strada per poter migliorare e rialzarsi

noi facciamo capire ai vostri figli che è importante impegnarsi per ottenere il massimo....ma a volte non è sufficiente e si perde ugualmente

voi amate vostro figlio
noi amiamo i vostri figli

(tratto da il blog di enrico)

domenica 1 ottobre 2017

NON PROTEGGETE TROPPO I PICCOLI CALCIATORI



Un monito ai genitori iperprotettivi, le dinamiche di squadra, anche quelle fastidiose, sono necessarie per la formazione del carattere e la crescita del bambino.
 I bambini all’inizio della scuola calcio si stanno lentamente adattando al nuovo contesto. Questo è un momento importante, darà un indirizzo all'andamento dell’avventura sportiva per tutto l'anno visto che il primo approccio nella relazione con l’istruttore e coi compagni di squadra è determinante. Da questo punto di vista, la vita di spogliatoio assume un ruolo significativo in tutte le fasce d'età. Insegna la cura per le proprie cose e per la propria persona ed è un’area comune nella quale bisogna ritagliarsi uno spazio personale, da coltivare e proteggere. In campo, invece, questa zona “privata” corrisponde al ruolo o alla posizione che l'allenatore esorta il calciatore a tenere. Il bambino impara così a definire, all'interno di se, i confini della sua identità e facendo rispettare gli spazi fisici rafforza la sua autostima, oltre a imparare a mettersi in relazione con quelli degli altri. Sono le basi per acquisire il rispetto per se stessi e per il prossimo.

LE CRITICITÀ FORMANO E FORTIFICANO
Lo spogliatoio ha una valenza educativa, nel percorso di maturazione del giovane, come luogo dove esercitarsi a coltivare grandi amicizie e gestire rapporti difficili. Può capitare che durante la stagione qualche scarpino voli in aria, che uno spintone o qualche parola di troppo “ferisca” il piccolo calciatore che sarà tentato di lasciare l’allenamento anzitempo. Sono situazioni grazie alle quali il bambino ha l'opportunità di sperimentare la sua reazione di fronte all'aggressività altrui, confrontandosi anche con la propria o con la sua eventuale tendenza a subire. In tal modo, troverà col tempo il giusto equilibrio. Così quel luogo, dove le personalità dei singoli si incrociano e a volte si scontrano, si trasforma in una palestra di vita… esattamente come il rettangolo verde. E così le soluzioni adottate per risolvere i problemi – in campo come nel rettangolo di gioco – diventeranno schemi mentali da recuperare e mettere in pratica in ogni circostanza analoga futura, nel calcio e nella vita. Lo spogliatoio è quindi un luogo nel quale è necessario salvaguardare se stesso e le proprie cose e nel quale venire mortificato e subire aiuta a stimolare lo spirito di reazione e quindi accresce il carattere.

MAMME E PAPÀ FIDATEVI DEL MISTER
Gli istruttore pongono particolare attenzione ai bambini che arrivano al campo già pronti, in divisa di allenamento, o se ne vanno via senza fare la doccia. Sono segnali cui prestare attenzione e i tecnici, a ragione, esortano il piccolo a “vivere” lo spogliatoio perché la vita al suo interno contribuisce a creare il gruppo grazie alla sua valenza educativa. È determinante far comprendere tutto ciò ai genitori che inconsciamente appoggiano le titubanze dei loro figli, come vanno d’altro canto rassicurati quando mostrano preoccupazioni se il bambino si lamenta di subire, nello spogliatoio, la vivacità dei compagni. D’altronde in una società di calcio l'occhio attento di un adulto non manca mai (sia esso l’istruttore o il dirigente che segue la squadra), a mamme e papà va spiegato sin dall’inizio che per il bene dei piccoli devono sostenere l’istruttore e delegargli la gestione dei bisticci e delle criticità che nello spogliatoio quasi inevitabilmente si verificheranno. L’allenatore sa come sdrammatizzare e riportare i bambini a divertirsi stemperando le tensioni. Nelle fasce d’età più alte, a partire dagli Allievi, è invece bene esortare i ragazzi coinvolti in dinamiche che contemplano stizza e incomprensioni a provare a risolvere la situazione da soli. In questi casi porsi con un certo distacco fa sì che i giovani calciatori si esercitino a sperimentare la loro autonomia.


venerdì 23 giugno 2017

LA LEZIONE DI VITA DEI PICCOLI CALCIATORI



La purezza dei bambini nell’affrontare il gioco è una sana lezione anche per noi adulti, non pensano troppo non fanno congetture, vivono lo sport, come la vita, con stupore e spontaneità.
È estate e il rettangolo verde è avvolto dal silenzio... Sembra un mare calmo che si riposa al sole, dopo aver tanto ondeggiato delle grida di piccoli calciatori. Grandi onde fatte di lunghe corse, improvvisi scatti e cambi di direzione... E quando, nei pomeriggi di allenamento, si colorava di cinesini e conetti gialli, blu e rossi, questi sembravano boe intorno alle quali l'energia limpida di ogni bambino si orientava nel perseguire la sua rotta. Anche sotto la pioggia di dicembre, sotto le nubi di coriandoli a febbraio e quando, in aprile, tra i fili d'erba cominciavano a comparire delle piccole margherite. Anche allora quel mare continuava a respirare di piccole onde, di faccette piene di entusiasmo e vita che all'unisono con il vento e l'azzurro del cielo compivano il loro moto cristallino. Ora che la scuola calcio si è conclusa quel mare è calmo. Una calma di attesa. Come le aule di scuola avvolte anch'esse dal silenzio, come gli zaini e gli scarpini momentaneamente riposti nell'angolo di una cameretta. Se ci poniamo a osservare un campetto vuoto forse riusciamo a comprendere il vero senso del calcio così come lo vivono i bambini, nello stesso modo in cui si osserva il mare, o come si osserva un paesaggio meraviglioso d’alta montagna oppure un fiore di cactus che sboccia miracolosamente da una pianta abituata a vivere in un terreno arido.

IL CALCIO PER I PICCOLI È STUPORE E ISTINTO
Il calcio per i bambini è stupore. Loro non sanno che i saggi maestri Zen esortano a vivere di sensazioni immediate e a non pensare e ripensare a ciò che si fa per non intorpidire le acque della mente di rimuginii che ci allontano dal senso di assoluto e di pace. I bambini lo fanno spontaneamente, perché la vita non li ha ancora intorpiditi di congetture. E nel giocare a pallone provano gioia e diventano un tutt'uno con la natura, con la bellezza. Loro incarnano la purezza in tutto ciò che fanno. Con questo atteggiamento il mondo è nelle loro mani, perché ne sono parte integrante e ogni loro movimento è così in armonia con tutto il resto che procura loro quel benessere che noi adulti spesso aneliamo e cerchiamo a destra e a manca, ogni giorno. Ci sono alcuni di noi che lo cercano attraverso il denaro, nelle soddisfazioni fittizie, nelle abbuffate di cibo o di abbigliamento, nel vincere mere competizioni con altri simili e anche, a volte, nella solitudine. Forse alla base della sconfitta mentale, che talvolta ci sembra inevitabile così come nel calcio sembra esserlo una partita fatalmente persa, c'è proprio questa attitudine a concentrarsi disperatamente sul raggiungimento del successo, a cercare soddisfazioni nelle cose materiali ed effimere.

E LA VITTORIA AVVIENE IN UN LAMPO
Un grande maestro Zen, Taisen Deshimaru, insegna: «se desideriamo vincere, non vinceremo», vale a dire che non bisogna concentrarsi sul desiderare, ma agire senza pensare a niente, spinti solo dalla propria energia e dalla voglia di combattere «come se fosse in gioco la vita stessa». Proprio come fanno i samurai quando, con un fiore di ciliegio posto sotto l'armatura, scendono in campo. Lo sport dovrebbe essere praticato concentrati solo sui propri gesti, sulle emozioni del momento e senza pensare a nulla, come a nulla pensano le onde del mare o le gocce di pioggia che bagnano i k-way indossati dai bimbi in allenamento. «Se l'atteggiamento è quello giusto», come dicono i maestri Zen, «la vittoria avviene in un lampo». Quindi proviamo a vedere il rettangolo verde con gli occhi del bambino che siamo stati e anziché suggerire ai piccoli calciatori come fare per vincere; lasciamoci ispirare da loro a reimparare a vivere nell'immediato e in modo semplice. Forse lo stupore e la pace giungerà in un attimo anche dentro di noi.